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Friday, January 16, 2004
ANDY WARHOL’S SUITE (di Andrea Rossetti, Roma) Era una nuvola cobalto quella che scese in obliquo ammaraggio a fare cometa la cinquantunesima stella. L’undici settembre (il sette sarebbe stato almeno più musicale). Si faceva l’amore in altri tempi, noi come conigli addormentati tra le braccia dei fantasmi dei campi di granturco, e come ti spogliavi tu, nessuna. Fotografare un libro per leggerlo davvero, come gli strani volti dei danzatori crepuscolari sotto le luci stroboscopiche, prima del grigio vaporetto mattutino. Normale è l’abitudine al ritorno. E poi lungometraggi di nulla, documentari dell’appostamento di noi registi ubriachi alla leggenda dei coccodrilli albini delle fogne. Ricordo il tocco della lingua tua sul mio palato: serve a farmi coraggio nella misurazione trimestrale della decrescita della spina dorsale. Ora non ho che caramelle alla menta. La prima vera è falsa per natura. Gli occhi mi servono ormai per ritagliare modelli in scala della vita in carta riso dove accampare cenni di pensiero, più rapidi soltanto e più discreti di quelli che hai conosciuto. Un origami bidimensionale non vacilla, ci dicemmo sospettando quel tanto che basta per non essere stupidi - ricordi? - appena poco prima di soffrire. Perché le lacrime sdraiano sul viso il trucco disfatto sfigurando i fingitori, i fini dicitori con voci di velluto. Eppure siamo pittori, mestiere di colori, di compiuti simulatori, e in fondo a ogni mostrare l’anima sta un mostro. Ce ne andavamo tristi e manieristi, con tagliole eleganti come scarpe e labili memorie del sole raso al suolo. Se il fumo bianco delle sigarette servisse per arrampicarsi al cielo noi avremmo vissuto quei giorni angelicatamente. Ci pensi? Dio potrebbe fumare e non rischiare il cancro. Erano televisori spenti quelli che caddero ingloriosamente, da mano incauta di bimbo speronati. L’undici settembre (il sette sarebbe stato almeno più musicale). Thursday, January 08, 2004 Hemingway davanti alla rastrelliera. (di Silvia Molesini, Verona)
click here for the english version Due sole dita sottili per mano Tuesday, January 06, 2004 LA NOTTE E' ALTROVE (dieci silenzi e un atto di dolore) (di Flavio Toccafondi, Roma) click here for english version 1. La notte è altrove sfilacciata nelle celle degli internamenti, altrove, luna di cera che si specchia al passo invisibile della maschera. La notte è il rischio sotterraneo della consapevolezza, è la colpevole innocenza della follia. 2. Diventai pazza sei anni fa e ora no, non so tornare al mondo. L’ordine delle cose sono corpo e anima che non sanno comunicare, sono pulsazioni rapide e disordinate senza sincrono, non riconoscono altre fibre, sembrano frammenti distanti di carne, sembra non battano più passioni niente più affetti niente più braccia né sangue, né capelli. 3. Non mi piace la gente. Non mi fido di loro. Non mi piacciono le persone che si muovono, la gente, ecco, la gente dovrebbe stare ferma, se si muovono sono costretta a controllarli per me diventa difficile, creano disordine, creano sottofondo sordo. 4. Smisi di uscire da casa nel 1983. La gente sbucava in continuazione dagli angoli. Non la potevo controllare. 5. Suora Stampella Sorreggersi Sorseggiare. Calze nuove Colazione Campanello Contare. Luce di neon Lenzuola bianche Lacrimare in silenzio. 6 La domenica ci vengono a trovare poco prima delle undici, la domenica possono entrare i dolci, possono i colori dei fiori i profumi, la domenica 7. “Quattrocentoquarantasei casi centocinquantuno per vive emozioni dell’animo cinquantadue per disposizione ereditaria ventotto per onanismo tre per virus sifilitico dodici per abusi di piacere di Venere dodici per abuso delle facoltà intellettuali due per presenza di vermi nell’intestino uno per riassorbimento della rogna cinque per riassorbimento dell’erpete ventinove per metastasi lattiginosa due per insolazione…” * (1) 8. Maria seduta sdraiata Maria camicia da notte credendosi in attesa di sfilare Maria martoriata vene dei polsi strette da nodi Maria mutilata tra gli insulti degli insensati. 9. “Le persone detenute per demenza saranno interrogate dai giudici secondo le forme in uso per tre mesi a partire dal giorno della pubblicazione del presente decreto e in forza delle disposizioni dei giudici stessi saranno visitate dai medici che chiariranno la vera situazione dei malati in modo che questi o vengano scarcerati o curati in ospedali indicati a tale scopo.” * (2) 10. Alle camelie viste dalle grate manca del ferro manca Maria vista dalle grate in questo silenzio che smorza ogni tensione - oggi non ha urlato nessuno oggi, ancora nessuno. 11. Atto di dolore mio Dio mi pento e mi dolgo mio Dio dammi il permesso di passeggiare dammi una vestaglia nuova e dell’acqua dammi fiori che nascano quotidiani e poi (se puoi) inventa, o Signore parentesi graffe, inventami graffi e quadri e immensi laghi bianchi ove io possa colmare i miei sguardi per poter respirare in pace. * 1) Giraudy, rapporto al ministro degli interni sulla situazione del manicomio di Charenton nel 1804 * 2) art. IX del decreto sulla dichiarazione dei diritti dell’uomo - 1790 Monday, January 05, 2004
(di Flavio Toccafondi, Roma) click here for english version Come pettirosso Picchietto la distanza dalle tue ciglia Incapace di osservare Il silenzio a oltranza di un pesce rosso, forse per il semplice motivo Che la teoria del pesce rosso È astuta come I segni lievi degli inganni Che ho imparato a riconoscere. Stasera ho raccolto 16 idee geniali e due violette. Per dirtele Dovrei misurare l’odio del mattino Con la solitudine necessaria. Per dartele Avrei bisogno di chinarmi sull’acqua dello stagno E lanciare briciole di pane Sorridendo Per il disordine creato dai pesci rossi che accorrono in drappello perché La teoria del pesce rosso È legno contro legno, acqua e fuliggine nelle discariche del porto, è sentirsi dentro un rumore secco e prolungato, un vuoto indifeso, è rimanere bandiera nella nebbia, rimanere dondolio sulla ragnatela. Insetto cieco. Bene. Ormai so tutto del battito febbrile delle tue palpebre, del tatto sicuro delle cose quotidiane. So del tuo muoversi come chi arriva per dare un ordine E di nuovo partire. Sei ombre sui muri. Il fumo delle torce. Ti osservo con un merlo sulla spalla e il profilo da moneta. Mi fissi con la coscienza e la certezza di chi sa cosa potrebbe succedere. Accartocciato in un angolo ordino al merlo L’ora della calma o quantomeno Un finto lutto. E cominci. Dici che ogni volta che stiamo insieme parlo poco. “Lo so. Sono speciale” Hai bisogno di sentirti dire qualcosa che ti conforti e ti rispondo invece con parole di cinque lettere. Perché. “Sono speciale, mi spiace.” Dici che non ho mai voglia di fare niente, non ho voglia di uscire e mi rinfacci una cosa vecchia di tredici anni, mi rinfacci che non ho mai fatto la gita del quinto anno con la scuola. “Speciale, te l’ho detto” Sostieni che dovrei smetterla con questa storia del merlo, dovrei smetterla di cantarti ogni volta quella canzone sul merlo e di imitare tutti i piccioni che incontriamo per strada. “Speciale”. E non mi dici mai le cose che scrivi. Le devo leggere. E’ assurdo. “Speciale, non insistere amore, sono davvero speciale”. Dai cacchio, sul serio. “Lo sai a cosa stavo pensando?” Dimmi. “Non bisognerebbe mai scrivere quello che si pensa”. Ovvero? “Dicendo quello che pensi finirai sempre con lo scrivere frasi ovvie. Pensa a quando sei innamorato. Se provi a scrivere qualcosa ti ritroverai tra le mani solamente frasi patetiche e ovvie.” Non è così. “Lo è”. Se permetti… “Non posso. Ricordi? Sono speciale…” Giusto. Dimenticavo. E senti un po’, essere Speciale, cosa si dovrebbe scrivere? “Immagino quello che ti piacerebbe pensare. Quello che ti piacerebbe dire. Pensa all’amore. A come riesci a ricostruirlo una volta finito. Pensa agli angoli che riesci a recuperare. Alle tonalità. Pensa alla completezza di quel che puoi dire di una cosa finita. Riesci a dire e a scrivere cose alle quali non hai mai pensato”. Ridi. Mi piaci quando ridi. Sei come spighe spezzate per gioco nelle notti di agosto. Al di là di ogni risveglio mattutino Il nostro è un lento vento dei vinti Che ci conserva e protegge Battendo sullo scricchiolio lieve dei legni Che picchiettano nella notte un rumore minuto e continuo, picchiettano la teoria del pesce rosso che, come acqua piovana, persistente e copiosa, accresce canali e fa gonfiare fiumi. Siamo proprio pesci rossi sotto la pioggia, io e te. Siamo sotto la pioggia in un crescendo di acque senza pace In una notte gelida che ci gocciola Buchi d’acqua attorno e scava Nella nostra miseria e misura Lo stupore delle differenze, l’acutezza dei loro lati. Ho 16 teorie, stasera e una gran voglia di portarti In una baracca di legno sopra un pioppo In Madagascar Coperti da un tetto di foglie di banano Con la pioggia che ci sgocciola Zampilli sul collo. Ho voglia di portarti sopra un pioppo in Madagascar E di sentirti leggere qualcosa di Bufalino O di Consolo E di dirti che anche tu sei speciale E che ogni boa avvistata non è nient’altro Che un segnale di terra tiepida dove riposarsi. Coltiva la tua distanza dalle cose, amore mio, rendila duratura, non permettere che diventi familiare a qualcuno. Sia per te fonte battesimale e contenga sin d’ora Gli ultimi capitoli per il tuo abbandono. Non tradire mai la tua distanza dalle cose, Impara a riconoscerla nei suoi segni più lievi: l’ammucchiarsi delle foglie ai lati della strada, la fuliggine nei sobborghi, l’aprirsi di un fiore bianco in piena notte, i miei vestiti disordinati neanche fossi cieco, l’odio di dover comunque andare. Non mescolare la tua distanza dalle cose Con gli episodi quotidiani. Intrecciala come unica materia duratura. E se hai cinque minuti liberi, quattro contali, uno tienilo per te. |
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